Aurelio urbano
istruzioni per una performance sonora eventuale
[luogo]
Prati di Caprara2
[preparazione]
Il performer attacca un magnete in ferrite a un suo indumento, ai lacci delle scarpe oppure a un found object e cammina, lasciando che il corpo magnetico si trascini a terra. Avanti così, almeno per 15 minuti.
[azione]
Il performer, rivolto a un pubblico eventuale, compie un’aziona sonora improvvisata, servendosi dei materiali rimasti attaccati al suo magnete.
[fine]
1Aurelio Urbano, detto Minghôn (1907 – 2003) visse tra Sammauro in Valle e Borgo di Ronta, frazioni di Cesena. Mezzadro in gioventù e poi, in età adulta, piccolo proprietario terriero di un fondo coltivato ad alberi da frutto: peschi, meli, peri. Uomo di poche parole e con capacità manuali che, dal lavoro agricolo, entrava con facilità nel merito delle mansioni domestiche. Forbici, ago e filo gli utensili preferiti: sarto occasionale per amore dei tessuti, conservò per decenni una camicia, rammendata che ancora portava i pantaloni corti.
In una mattina di fine estate, Minghôn decise di indossare un completo semplice, fresco: pantaloni kaki con le pinces e cintura di corda naturale, camicia bianca di cotone (con bretelle di elastico in cuoio), scarpa di rete marrone con tomaia intrecciata; in testa un borsalino bianco con fascia nera. Dopo alcune faccende e un pasto frugale uscì percorrendo a piedi il viale di casa fino al fosso di confine, per poi tagliare tra i campi e raggiungere il bar; il quotidiano incontro con gli amici del Borgo: un bicîr ad bêi e l’inevitabile Maraffone. Seduto a un tavolino esterno del circolo parrocchiale, durante la partita a carte, notò la mancanza delle impalcature nel cantiere adiacente la chiesa: i ponteggi smontati, il materiale da costruzione e gli attrezzi rimossi, in tutta probabilità la sera prima. Chiusa l’ultima mano al gioco salutò sbrigativo, prendendo la via del ritorno tra i mugugni degli astanti, in cerca di rivincita. Una volta a casa, prese dal capanno un secchio e un bastone, buttato tra gli attrezzi: un ramo di noce nodoso incastrato, a un’estremità, a un grosso magnete annerito e sporco, intriso di grasso meccanico; si incamminò subito, senza cambiarsi d’abito, a passo spedito lungo la strada bianca, abbagliante. Alla vista del campanile ricordò la Messa di Riuscita, che sarebbe stata detta nel pomeriggio per il vecchio Fafîn e, accompagnato dal suono dimesso della campana a lutto, raggiunse il cantiere. Minghôn, come tanti altri (forse tutti nel Borgo) approfittò della nota consuetudine dei muratori, ovvero di non raccogliere i componenti minuti alla chiusura del cantiere: si lasciano cadere, si disperdono, mischiandosi al terreno.
Con il manico del secchio all’avambraccio sinistro, iniziò lentamente a camminare, con il bastone tenuto saldo, radente terra. Il magnete, colpito da ogni direzione da chiodi ritorti, viti e frammenti di ferro, produsse inizialmente una risonanza argentina che scomparve rapidamente, fino a diventare un tintinnio appuntito, quasi impercettibile, nell’accumulo crescente e difforme di materiale ferromagnetico. La camminata rese, in poco meno di un’ora, 1kg abbondante di ferro, che si aggiunse a varie raccolte precedenti. Il suono della campana annunciò il servizio di suffragio. Preso da un lieve turbamento si raccolse in una breve preghiera per clà péla ad tambûr ad Fafîn prima di incamminarsi verso casa, per la seconda volta in quel giorno. Ormai ai margini del cantiere incontrò una lieve resistenza e un improvviso strappo fermò il suo passo: il lembo sinistro del pantalone rimase intricato a una spranga in ferro e il tondo nervato, nascosto tra gli erbaglioni, si prese un brandello di tessuto kaki. Poco male, qualcosa con cui tenersi occupati dopo cena, pensò. A casa, tra il frinire di qualche cicala oltre il tramonto e con indosso i vestiti da lavoro, iniziò a mischiare il ferro ad altro ferro, e ad altro ancora, riposto nel capanno ai margini del campo incolto; un odore pungente, polveroso, si sparse nell’aria, assieme al colore della ruggine. L’indomani prese il tutto, ammucchiato a badilate su di una carriola, e lo spinse al primo fêrvech. La resa fu di qualche lira: in bottega, acquistò dei pezzetti di carne e qualche osso grasso, per il brodo domenicale.
2 Con il toponimo Prati di Caprara si definisce una ex area militare di Bologna collocata in prossimità del centro storico, fuori Porta San Felice. L’area si sviluppa tra la via Emilia Ponente, in prossimità dell’Ospedale Maggiore, il torrente Ravone e la canaletta Ghisiliera.